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Serve più Unione Europea. Ma non quella attuale

di Fabrizio Lucidi

In un mondo sempre più chiuso, con equilibri esili e tesi come corde di violino, la sfida decisiva dell’Unione Europea è quella di allargare lo scenario e continuare a credere nel libero mercato e nei diritti. «Vaste programme», direbbe il generale Charles de Gaulle. Soprattutto in un momento nel quale – tra i vasi d’acciaio Stati Uniti e Cina – l’Unione Europea rischia di far la fine del vaso di coccio, in frantumi sotto il peso delle sue stesse contraddizioni economiche e politiche. Troppo spesso – parafrasando Karl Marx e Friedrich Engels – uno spettro si aggira per l’Europa. Ed è l’Unione Europea stessa.

Spesso incapace per motivi strutturali (difficile trovare unanimità e maggioranze stabili tra 27 Paesi membri alla pari) di trovare compromessi alti, di superare i balbettii in politica estera, nel commercio internazionale e nei diritti individuali e collettivi per rispondere alle sfide di colossi multinazionali che fatturano più di interi Paesi e – nei fatti – troppo spesso sono arrivati a “legiferare“ su temi e profili commerciali, fiscali e di privacy. Macinando miliardi e miliardi di euro di profitti praticamente esentasse. Macinando le vite di milioni di europei senza mai correre rischi sul profilo penale e civile.

Intanto, in questi anni il ceto medio si è ristretto – in primis in Italia, meno altrove – e finora ha colto quasi solo le mele avvelenate dall’albero della globalizzazione. Ancor più difficile, in questo quadro, la missione dell’Unione Europea. Eppur fondamentale. Perché tutti gli imprenditori lombardi intervistati insistono sul concetto di «inevitabilità» dell’Unione Europea, «ma non quella di adesso, in mano a tecnocrati senza visione». Chi guida aziende vorrebbe avere una leadership trasparente, che parli chiaro, eviti manovre di palazzo e risolva le troppe contraddizioni di un mondo nel quale la ricchezza “ereditata“ viene tassata meno di quella prodotta, nel quale l’architettura della finanza – non sempre sana -ha sostituito l’economia reale.