Burocrazia, credito tasse e giustizia: per la politica è il tempo del coraggio
Eugenio Massetti, vicepresidente nazionale Confartigianato e presidente di Confartigianato imprese Lombardia, ha sul tavolo numeri freschi. “I dati del 2025 sono in chiaroscuro, i fatturati sono diminuiti dell’1.5% sul 2024 e i due settori più in sofferenza sono manifatturiero a meno 3.6% e costruzioni a meno 2.7%, mentre i servizi salgono di un altro 1%, trend ormai di anni. Dentro questi numeri c’è un messaggio importante: le imprese che hanno resistito soffrono per l’aumento dei costi di produzione, assicurazioni, materie prime. Risposte date dal 65% delle imprese. Altri problemi sono mancanza cronica di manodopera qualificata, concorrenza degli abusivi, riduzione della domanda interna. Se quest’ultima voce continua a calare, è un dramma. Poi ci mettiamo l’instabilità dei mercati. E temo vedremo di peggio nel 2026…”.
Se la sente di fare previsioni?
“Nel primo semestre il “sentiment“ degli imprenditori è di una stabilità non esaltante, dopo dati negativi: non una grande prospettiva ma almeno non c’è ulteriore retrocessione. Stagnazione che è uno stare alla finestra in attesa di cosa succede nel mondo. I saldi previsionali sono tutti negativi: le criticità più forti su margini e investimenti, -16% in entrambi i casi. Su occupazione e ordini meno peggio: -6 e -5%. Ma se gli imprenditori diminuiscono i margini e non investono qualcosa non funziona. Il clima di incertezza pesa. Il presidente Donald Trump con i dazi nel 2025 ha fatto crollare del 3% l’export negli Stati Uniti, uno dei primi mercati internazionali. Se c’è una voce che ci salva in mercati esigenti è l’alta qualità di prodotti non facilmente sostituibili. Inutile rincorrere i rivali abbassando i prezzi, meglio proteggere il nostro valore aggiunto. Qualità, marketing, scelta dei materiali: lì dobbiamo primeggiare”.
Cosa dovrebbe fare lo Stato per le imprese?
“Tanti fattori frenano la ripresa di investimenti e produttività. I “tradizionali” sono burocrazia, dal Governo ai Comuni, tassazione dei fattori produttivi e difficoltà nell’accesso al credito per le piccole imprese. E i tempi lunghi della giustizia civile. Costi invisibili che pesano su chi fa impresa, soprattutto sulle realtà più piccole come le nostre”.
Vi sentite appoggiati dalla politica?
“Ci sentiamo affiancati, ma abbiamo avuto meno di quanto promesso. Siamo convinti che in un Paese in difficoltà strutturale, con un debito pubblico altissimo, se si vuol cambiare bisogna mettere al primo posto chi produce benessere. Ma siamo in perenne campagna elettorale e la politica liscia il pelo a tutti. I buoni propositi ci sono, mancano scelte coraggiose: noi chiediamo più coraggio a un Governo che si dice “amico delle imprese“”.
L’impatto dei dazi finora?
“Vedo più che altro la rincorsa ad aprire stabilimenti in America. Invece dobbiamo impegnarci a cercare nuovi mercati. Poi, capisco che quando si ha un cliente così importante, che magari pesa metà del fatturato, si cerchi di andargli incontro in tutto. Sbagliando. Troppi restano convinti che quelle di Trump siano boutade, si spera cambi parere, ma così diamo l’idea di far da zerbini: così lui ci tratta come cosa sua, dandoci quasi degli accattoni. Ma gli Usa qui la fanno da padroni da 80 anni, i nostri debiti di guerra li abbiamo pagati e tutti. Meritiamo rispetto. In un mercato libero come quello creato negli ultimi anni, parlare di dazi è legittimo ma che diventino strumento di ricatto – e non solo economico – questo no. Ci sediamo al tavolo e si parla di costi e compensazioni, si tratta. Ma ricatti no, perché così finisce male”.
Che idea si è fatto del trattato Mercosur?
“So che i miei amici agricoltori sono contrari, ma io sono a favore. Loro hanno ragione, sotto l’aspetto della sicurezza dei prodotti: non sappiamo cosa succede in allevamenti e produzioni agricole in America Latina, noi in italia – a parte qualche sparuto furbetto – siamo attenti. Ma non possiamo regalare il Sudamerica a Cina, Russia e Usa. Non a caso, ai giganti dà fastidio che noi come Europa ci mettiamo a trattare con i “Brics“. Il mondo è grande, i mercati arabi – da Dubai all’Oman – ci spalancherebbero le porte. Lì dobbiamo avere più coraggio, essere presenti fisicamente in quei mercati, anche se il sistema non democratico in quelle nazioni non aiuta. Il ricordo della Libia è fresco. Poi c’è tutto il mondo asiatico, non pensiamolo dominato solo dalla Cina: ci hanno copiato tutto, non il nostro stile di vita che è quello che fa la differenza. Noi andiamo in missione all’estero con i nostri tour operator, dai loro tour operator perché vendano una provincia “difficile“ come Brescia. Risultato? L’anno scorso un milione turisti in più, e stiamo parlando di una provincia conosciuta per il tondino e l’industria. C’è ancora tanta voglia di Italia nel mondo, il mercato è apertissimo”.
E la Milano invasa da turisti e inaccessibile?
“L’Overtourism non esiste, faccio un esempio: a Sirmione bastano 500 persone per fare “overtourism“, perché è un imbuto. Il tema vero è spalmare il turismo di più nell’anno, penso agli anziani, ai disabili per esempio che possono andare in vacanza tutto l’anno. La questione Milano è diversa: una città veloce, che non sta a guardare chi ha difficoltà, ma è più un problema di chi amministra la città, il dovere di riservare zone “popolari” a chi quotidianamente vive e lavora in città, e non sono ad agenti di borsa e immobiliaristi. Detto questo, Milano fa da traino, nonostante quel che si dice, è l’unica città italiana davvero contemporanea e mondiale. Davvero vogliamo uccidere pure questo? Piuttosto, sogno una Milano al centro e un’altra al Sud, a far da traino. Intanto i politici facciano scelte a favore dei milanesi, servono anche i commessi e gli impiegati, non solo gli agenti di Borsa…”.
Formazione tecnica e professionale: la percezione sta cambiando?
“Tutti, dal Governo alle istituzioni locali, alle associazioni – noi da sempre – fanno formazione. Ma il cambio culturale è la cosa più difficile. Sempre più giovani fuggono dall’Italia. Ma se chi legifera non agisce con i fatti aiutando chi rischia e produce, dando la possibilità di assumere giovani e dare loro il giusto, qua non si cambia. Noi abbiamo sottoscritto accordi di secondo livello, sia il nazionale che il regionale. E gli imprenditori che conosco a fine mese danno il bonus per tenersi i migliori lavoratori. Ora bisogna abbassare le tasse e agevolare il credito agli imprenditori. Altrimenti, l’unica soluzione è l’immigrazione. che tanti politici non vogliono. Ma delle due, l’una: vanno fatte scelte”. Tanti giovani fuggono, ma anche le aziende…
“Per tutti, la Freudenberg a Rho, che pur macinando utili importanti se ne va in Slovacchia e Usa. Questa cosa non ci piace affatto. Pur macinando utili e parlando di “qualità“, troppe imprese se ne vanno. Questo è drammatico”.