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L’Europa si è svegliata. E l’università crei le vere innovazioni

FINO MORNASCO (Como) "Grande è la confusione sotto al cielo. La situazione è eccellente", scriveva Mao Zedong. Oltre sessant’anni dopo,...
di Fabrizio Lucidi

FINO MORNASCO (Como)
“Grande è la confusione sotto al cielo. La situazione è eccellente”, scriveva Mao Zedong. Oltre sessant’anni dopo, la citazione – aggiornata con un “sopra al cielo” – rivela lo stato dell’arte della New Space Economy. Tra i rabdomanti di quest’epoca di esplorazioni dell’ignoto c’è Luca Rossettini, Ceo e founder di una ormai ex start up, D-Orbit, con il cuore a Fino Mornasco e lo sguardo rivolto al cielo. E oltre. Rossettini è stato fulminato sulla via dello spazio a 5 anni, quando suo zio tentò di svelargli il mistero delle stelle. Da lì è nato il suo sogno: diventare astronauta. Desiderio coltivato con una laurea in Ingegneria Spaziale, in frantumi dopo il “no” alle selezioni per salire su un razzo diretto allo spazio. Sogno che però Rossettini, “testa dura” per sua stessa ammissione, sta ricomponendo pezzo dopo pezzo. Non più da astronauta (per ora) ma da imprenditore. “Piloterò una delle navicelle che porterà l’umanità su Marte. Perché no?”. Lo dice, e ti convince.

Rossettini, qual è il momento della new space economy?
“È un mercato giovanissimo, se pensiamo che la Space Economy tradizionale è nata 70 anni fa, nel ’90 sono stati lanciati i primi satelliti commerciali e solo al 2014/’15 datano le prime costellazioni commerciali di satelliti. In questi ultimi dieci anni si è partiti da zero sulla tecnologia dei piccoli satelliti. Con passi avanti enormi, visto che lo spazio non perdona e – pur nell’abbattimento dei costi – a ogni test fallito si bruciano milioni di euro. La New Space Economy è un mix tra capitale “paziente”, con iniezione di soldi per lunghi periodi, perché in questo settore per vendere qualsiasi prodotto servono dai 9 ai 18 mesi, ancor di più se il cliente è un Governo o un ente pubblico. Tanto di cappello, insomma. Poi certo ha fatto da acceleratore la situazione geopolitica internazionale: in futuro le guerre si combatteranno con l’intelligence, il predominio nello spazio è indispensabile”.

Lo stato di salute della sua creatura, D-Orbit?
“Nel 2025 chiudiamo intorno ai 70 milioni di euro di fatturato, nei prossimi tre anni la crescita è prevista sempre a doppia cifra. Tutte le linee di business crescono, continueremo nella campagna di acquisizioni per crescere. Abbiamo 600 persone che lavorano nel gruppo, continueremo nell’acquisizione di talenti. Abbiamo condotto un processo di efficientamento tecnologico interno, anche grazie all’Intelligenza Artificiale. Dopo aver aperto nuovi mercati, vogliamo continuare a dominare. E per far questo servono i talenti. Umani”, chiarisce.

La quotazione al Nasdaq, saltata per vostra volontà nel 2022, è ormai dietro l’angolo?
“Noi siamo aggregatori, non vogliamo farci aggregare e per far questo la strada maestra è quella dell’Ipo (Initial public offering, offerta al pubblico dei titoli di una società che intende quotarsi, ndr) anche per remunerare gli azionisti che hanno creduto in noi nei momenti complicati. La decisione di non quotarsi – quando sul maxi schermo di Times Square era già uscito il nostro logo e tutto era pronto per lo sbarco sul Nasdaq – è stata la decisione più sofferta e al contempo più giusta della mia vita. Ricordo ancora quei minuti di silenzio, quando ho comunicato il cambio di programma agli azionisti. Ma alla fine tutti mi hanno seguito, con un atto di coraggio che non dimentico. Difficile dire quando ci quoteremo. Ma stiamo anche pensando a un meccanismo che dia la possibilità ai nostro azionisti attuali di vendere piccole quote dell’azienda per realizzare profitti e creare un piccolo ricambio”.

Dica la verità: quante offerte sono arrivate per rilevare la maggioranza del suo gruppo?
“Sì, sono arrivate e da player internazionali del settore. Sempre respinte. In questi ultimi anni, sull’onda dei risultati, ne arrivano ancor più spesso. Ancora respinte. I player ci sono ma pochi – noi siamo tra questi – lavorano su tutta la catena della New Space Economy. L’Europa, oggi, è il posto dove essere nel nostro settore. E noi ci siamo”.

Stupisce, vista la narrazione dell’Europa “vaso di coccio“ tra vasi d’acciaio come Stati Uniti, Cina e Russia…
“L’Europa si è svegliata, ci siamo alzati dalla spiaggia con l’asciugamano, siamo tornati a casa e ci siamo vestiti per lavorare, rimboccandoci le maniche. Fuor di metafora, il mercato vale circa un triliardo di dollari all’anno, sia negli Stati Uniti che in Europa. I numeri sono simili. Certo, oggi l’Unione Europea è tale solo di nome, paga le divisioni, ma in aerospace e difesa riveste un ruolo cruciale. E con più unità e leadership forte farà ancora molta strada. Già oggi tanti nel mondo guardano a noi”.

Più volte ha insistito sul ruolo dell’Università che dovrebbe incentivare la ricerca pura per soluzioni tecnologiche innovative. A che punto siamo?
“Non sono l’unico a dirlo. Negli anni, abbiamo in parte sbagliato a seguire il modello anglosassone per il quale il ricercatore deve pubblicare. Nella carriera accademica contano le citazioni, così è un vantaggio trattare di argomenti già toccati da colleghi. Invece bisogna rovesciare il discorso, spingere i ricercatori a esplorare l’ignoto. L’università può permetterselo, l’azienda privata no perché brucerebbe troppi fondi. Faccio un esempio, sul fronte dei motori per andare nello spazio siamo nel Medioevo. Perché non esplorare l’ipotesi di un motore ad antimateria? Ma anche nella ricerca l’Europa sta facendo meglio di quanto si dica. Il primo fondo di investimento di privati sullo spazio nell’Ue è nato in Italia, la politica ha capito l’importanza nel mondo attuale e futuro di investire sullo spazio”.

Andremo su Marte?
“Certo, entro massimo 15 anni. Ma è solo una tappa. Sogno di collegare con la nostra infrastruttura Marte, Luna, Terra e gli asteroidi”.

Gli asteroidi?
“Andare verso Marte vuol dire avere accesso a 16mila triliardi di dollari, il valore di metalli rari custoditi in questi corpi celesti. Vuol dire costruire una società spaziale”.

E lei? Cosa farà?
“Io? Guiderò una delle prime navicelle che ci porteranno verso Marte”, sorride. E il suo non sembra uno scherzo. Ma una certezza.

Fabrizio Lucidi