“Anni complessi. Serve cambiare per invertire i trend negativi”
ANNALISA Sassi, presidente di Confindustria Emilia-Romagna, può tracciare un bilancio dell’anno da poco concluso? “Il 2025 è stato un anno complesso per l’economia emiliano-romagnola e in generale del Paese: non siamo riusciti a invertire il trend negativo che registriamo ormai da diversi trimestri”.
In tutti i settori? “C’è una forte eterogeneità nel sistema industriale, sia per quanto riguarda le performance dei comparti sia per imprese di dimensioni diverse. Abbiamo grandi aziende che vanno bene, piccole e medie in difficoltà, settori in sofferenza come il tessile-abbigliamento, l’automotive, la subfornitura meccanica, e altri con una situazione più incoraggiante come farmaceutica, alimentare e packaging”.
Come mai? “Il nostro sistema produttivo, che ha profonde connessioni con i mercati mondiali e una forte specializzazione, soffre più di altri territori. L’export, che in questi anni è stato un vero traino dello sviluppo, risente molto delle tensioni geopolitiche e in generale del diffuso clima di incertezza internazionale”.
Influiscono i dazi, su tutto? “Anche. Bisogna pensare che da una fase di globalizzazione senza attriti, caratterizzata da catene del valore lunghe e integrate, siamo passati ad una fase condizionata da dazi, nuove regole commerciali, rischi che stanno ridisegnando il quadro competitivo. Le politiche commerciali statunitensi hanno creato grande incertezza, condizionando la domanda mondiale e di conseguenza le scelte strategiche delle imprese”.
Per il 2026 quali sono le prospettive? Qualche numero, nello specifico? “Quest’anno secondo le previsioni il Pil reale dell’Emilia-Romagna dovrebbe crescere attorno al +0,9%, al primo posto tra le regioni, anche in misura maggiore a quanto stimato per Italia, Lombardia e Piemonte, previste in aumento del +0,7%. Per quanto riguarda l’anno appena trascorso le stime di Prometeia risalgono a ottobre e prevedevano un incremento del Pil regionale intorno al +0,6%, leggermente superiore a quello nazionale previsto al +0,5% e in linea con la crescita delle grandi regioni industriali del centro-nord”.
E per quanto riguarda l’export? “Nell’ultimo biennio le nostre esportazioni hanno diminuito la propria spinta propulsiva, anche se gli ultimi dati mostrano una leggera inversione di tendenza. Se guardiamo agli ultimi dati Istat disponibili, da gennaio a settembre l’export regionale è aumentato del +0,5%, meno rispetto a quello medio nazionale che è cresciuto del +6,6%. Altri territori infatti hanno performato meglio, come il Piemonte che segna un +6,3%, la Lombardia +3,4% e il Veneto +2,8%. Invece nel terzo trimestre abbiamo esportato beni e servizi per 20,2 miliardi con una crescita del +1,6% rispetto al 2024. L’Emilia-Romagna si conferma comunque la prima tra le regioni per rapporto export/Pil e valore pro capite delle esportazioni”.
Su quali settori si è riversato questo trend? “I dazi hanno colpito in particolare la chimica, la metallurgia, la meccanica. Teniamo presente che la Germania e gli Stati Uniti sono i due principali mercati di destinazione del nostro export: la domanda tedesca è stata debole nei primi nove mesi del 2025 soprattutto per la crisi dell’automotive, mentre le esportazioni verso gli USA sono calate del -7,5%. In questo scenario è sempre più strategico per le imprese diversificare il più possibile i mercati di sbocco delle merci, guardando con maggiore attenzione ai mercati per i quali esistono o si stanno definendo accordo di libero scambio con l’Europa. Abbiamo molte aspettative dall’accordo con il Mercosur, che darà nuove opportunità soprattutto alle Pmi perché elimina dazi e barriere tecniche all’interscambio. Ci auguriamo che la Corte di Giustizia europea si pronunci in tempi brevi in senso positivo sul via libero definitivo all’accordo”.
Che cosa chiedete alla Regione? “Il paradigma della competitività deve essere al centro di tutte le politiche regionali. Le nostre imprese hanno grandi capacità di investimento, ma devono essere messe nelle condizioni di farlo qui e non altrove. Come ha detto a fine anno il presidente de Pascale, non possiamo permetterci di perdere un euro che vada al sistema produttivo, perché ogni euro dedicato allo sviluppo delle imprese ha un effetto moltiplicatore sullo sviluppo e sull’occupazione dell’intera regione. Per questo bisogna mettere in campo ogni misura per favorire una ripresa degli investimenti industriali, in un contesto regionale che deve stimolare la competitività e creare le condizioni perché gli investimenti si realizzino. Attendere che l’onda passi potrebbe essere rischioso se le situazioni di conflitto nel mondo non si risolveranno in tempi brevi”.
E la questione casa? “Mancano investimenti in edilizia sociale. Favorire gli investimenti delle imprese significa anche garantire che i lavoratori possano trovare un’offerta di alloggi che risponda alle proprie esigenze. Il tema deve essere visto e affrontato come parte di un piano di politica economica a sostegno dello sviluppo dei nostri territori. Serve da parte della Regione un cambio radicale di approccio che veda anche il coinvolgimento degli imprenditori edili nella rivisitazione del tessuto urbano, nell’ottica di riqualificare quello esistente con il supporto finanziario delle banche e di altri intermediari come Bei, Cdp, Sace. Regione e Comuni dovrebbero essere parte attiva, rimuovendo gli ostacoli di natura urbanistica e amministrativa che frenano la costruzione o la riqualificazione di edifici”.