Il tema chiave è il benessere dei dipendenti

Da un’idea, ha creato un’impresa. Dove c’era poco, e solo dal vivo, ha creato un servizio necessario e a distanza. A coronamento del successo, è arrivata la chiamata dal presidente di Giovani Imprenditori Milano, Paolo De Nadai, che l’ha proposto come sua vice Presidente. È la storia da favola della Ceo & Founder di Unobravo Danila De Stefano. Una favola molto concreta. Perché dimostra che nella vita reale si può partire da valle e raggiungere la vetta. Basta saper anticipare i tempi della scalata. E non mollare mai.

In soli quattro anni Unobravo è diventata punto di riferimento della psicologia online in Italia. Cosa pensa della necessità del bonus psicologico per i cittadini? Quali sono i motivi della crescita della domanda in questo settore?

«Quando ho fondato Unobravo nel 2019, la psicologia online in Italia era ancora poco utilizzata. Con la pandemia, però, ciascuno di noi si è trovato a sperimentare il digitale in varie sfere della vita. Questa maggiore familiarità con il digitale ha contribuito a ridurre lo scetticismo iniziale nei confronti della psicologia online. Da quel momento, le richieste sono cresciute in modo esponenziale e un numero sempre maggiore di persone ha deciso di intraprendere percorsi con Unobravo. In parallelo, anche le aziende hanno acquisito più consapevolezza della necessità di investire nel welfare e promuovere una cultura del benessere mentale tra i propri dipendenti e collaboratori. Negli ultimi anni stiamo assistendo a una significativa evoluzione della percezione che le persone hanno nei confronti della psicoterapia: c’è apertura e sono sempre di più coloro che decidono di prendersi cura del proprio benessere psicologico con l’aiuto di un professionista. Un ruolo chiave lo ha giocato il Covid che, sottoponendo le persone a lunghi periodi di stimoli negativi, ha esacerbato disagi preesistenti e fatto sì che tanti sperimentassero stress, ansia, depressione. Ciò ha contribuito a un aumento della consapevolezza sulle risorse disponibili e ha acceso i riflettori sull’importanza di garantire l’accesso a servizi di sostegno psicologico. Sul Bonus Psicologo, la sua introduzione ha rappresentato un segnale positivo ed è stato un incentivo per tanti. Ricordiamo, però, che le risorse investite sono ancora troppo esigue se confrontate al reale bisogno della popolazione, dimostrato dall’enorme richiesta che c’è stata per usufruirne, centinaia di migliaia di domande. Ben vengano queste iniziative, ma ritengo che l’Italia abbia bisogno di interventi più strutturali e fondi più significativi, oltre che di incentivare l’assunzione di psicologi in ogni realtà pubblica e privata, sensibilizzando la cultura psicologica nel Paese in generale».

Perché ancora troppi hanno pregiudizi nei confronti del benessere mentale? Si sta uscendo dallo stigma per chi fa ricorso allo psicologo?

«Nonostante i passi avanti negli ultimi anni, in Italia purtroppo lo stigma è ancora radicato. C’è scarsa consapevolezza dell’importanza di coltivare il benessere a 360°, incluso quello della mente, e le politiche di prevenzione sono lacunose. La cultura del machismo, di cui il Paese è impregnato, fa sì che anche ai giorni nostri molte persone continuino a sopprimere le emozioni e a considerare la manifestazione delle proprie fragilità come un segno di debolezza. Per abbattere lo stigma e normalizzare l’accesso alla terapia è fondamentale portare l’attenzione sull’argomento, creando opportunità di dialogo e riflessione. In tempi recenti, si è assistito a un graduale cambiamento culturale in questa direzione e all’intensificarsi del dibattito sul tema, anche da parte delle istituzioni. C’è, però, ancora molto lavoro da fare! Noi di Unobravo crediamo che fare cultura sia la chiave per superare tabù e pregiudizi, e dare vita a un mondo in cui l’accesso alla terapia sia considerato normale. Per questo, ogni giorno, lavoriamo con passione e dedizione per diffondere una cultura del benessere mentale e contribuire attivamente alla lotta allo stigma».

E sulla conciliazione tra spazi privati, familiari e i tempi del lavoro si è fatto abbastanza?

«L’equilibrio tra lavoro e vita privata è un tema complesso e in continua evoluzione. Negli ultimi anni si sono verificati progressi significativi e c’è più consapevolezza da parte di tutti sull’importanza di favorire un rapporto sano tra attività professionali e sfera personale. Ci sono ancora molte sfide da affrontare in quanto la digitalizzazione e la connettività costante possono far sì che i confini tra casa e lavoro diventino sempre più labili e rendere più difficile la disconnessione completa durante i momenti di relax. Misure che si potrebbero implementare riguardano l’introduzione di politiche aziendali più incentrate sul benessere dei dipendenti, la promozione di una cultura che valorizzi la flessibilità e l’adozione di strumenti e pratiche che facilitino la separazione tra spazi di lavoro e vita privata. È importante che le aziende considerino la diversità delle esigenze individuali e offrano soluzioni personalizzate per aiutare i lavoratori».

Altro tema chiave il passaggio generazionale nella gestione delle imprese. Cosa si può fare per agevolare la “staffetta“ fra le generazioni?

«Non è questione di “passaggio di testimone”, quanto di convivenza generazionale. Con il presidente del Gruppo Giovani di Confcommercio Milano, Paolo De Nadai (anche lui, come me, founder di prima generazione) ci è capitato di discuterne: tenere insieme generazioni diverse in azienda, sia dal lato delle risorse umane che della proprietà, introduce un elemento di complessità forte per cui vi è necessità di una solida cultura aziendale, oltre che di obiettivi allineati. Generazioni diverse possono contribuire con uno sguardo e capacità diverse, arricchenti per l’azienda. Noi giovani riusciamo a intercettare al meglio le nuove tendenze, i nuovi bisogni del mercato e le nuove opportunità».

A proposito di giovani, altro tema che tiene banco da mesi: i costi insostenibili per gli universitari fuorisede e le giovani famiglie a Milano. Si rischia di allontanare una fetta di popolazione vitale. Cosa si può fare per risolvere il problema?

«C’è un concetto in psicologia che si chiama “reframing”, significa mettere una nuova cornice ad un problema, facendolo apparire sotto una diversa luce anche nelle soluzioni. Una città come Milano, lo dico da “giovane imprenditrice fuori sede”, non può permettersi di perdere le energie qualificate delle nuove generazioni. Bisognerebbe, però, cominciare a vedere (e a far funzionare) Milano come un territorio più ampio del suo “centro” e considerarla come una vasta area metropolitana».

Il Governo fa abbastanza per le imprese?

«Ho vissuto all’estero, e fare per bene impresa in Italia è – da troppo tempo – molto complicato. Come ha ricordato proprio qui il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli, un tema sul quale la Confcommercio sta spingendo molto è quello dell’accesso al credito e della formulazione di criteri con i quali viene erogato anche a livello di fondi pubblici e bandi. Il capitale è strategico per favorire un ecosistema dove le giovani imprese possono crescere, fare investimenti e produrre benessere. C’è tantissimo che si può ancora fare, ovviamente parliamo di tutte questioni molto complesse e che vanno a impattare il bilancio del Paese. Ritengo che una di queste sia la facilitazione della burocrazia e un’altra sia l’abbattimento del cuneo fiscale, che porta a meno assunzioni e quindi meno posti di lavoro creati».

Chiuda gli occhi e immagini Milano fra 10 anni. Come cambierà la società?

«Io vedo nel futuro di Milano una città competitiva a livello internazionale, capace di premiare il merito e, quindi, in grado di fare da apripista per nuovi modelli di business e di generare best practices su temi come la parità di genere, la conciliazione vita- lavoro, la sostenibilità. Spero, però, che riesca sempre a rimanere anche accogliente, una città vera che non si spaventa della diversità e del fallimento: solo un luogo così può rimanere attrattivo per l’imprenditoria giovanile».